«Sono cresciuto inseguendo il miraggio di incarnare i sogni. Ho fatto dei miei sogni, la mia vita e il mio lavoro.»
(Carlo Urbani, Immagini e Parole).
Fu la prima persona a identificare e classificare la SARS (Sindrome Respiratoria Acuta Grave) o polmonite atipica, la malattia al centro dell’epidemia esplosa in Estremo Oriente tra il 2002 e il 2003 provocando 774 vittime accertate, tra cui lui stesso. Esattamente 17 anni fa, in queste ore, il suo corpo senza vita tornava a casa, vale la pena, nell’era di un altro virus, ricordare la sua impresa.
Si laurea in Medicina nel 1981 presso l’Università di Ancona e consegue la specializzazione in malattie infettive e tropicali presso l’Università di Messina. Successivamente si qualifica in un master di parassitologia tropicale. Lavora nell’Istituto di malattie infettive di Ancona fino al 1985 e dal 1986 al 1989 dirige il proprio ambulatorio di Castelplanio. Nel 1993 diviene consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità. Nel 1996 entra a far parte dell’Organizzazione non governativa Medici senza frontiere e a cavallo tra il 1996 e il 1997 coordina il suo primo progetto con Medici senza frontiere in Cambogia. Nel 1999 diviene presidente della sezione italiana di Medici senza frontiere e in tale ruolo nello stesso anno ritira il Premio Nobel per la pace a Oslo. Fin da giovane Carlo Urbani è attivo nelle opere di volontariato e collabora con organizzazioni cattoliche quali Mani Tese e l’Unitalsi. Quando è ragazzo partecipa assiduamente ai campi di lavoro di Mani Tese, si impegna nella raccolta dei farmaci da inviare in Africa e organizza i campi estivi per i ragazzi portatori di handicap dell’Istituto Santo Stefano di Porto Potenza Picena. Forma inoltre un gruppo di ragazzi che settimanalmente si riuniscono per affrontare discussioni su tematiche riguardanti i paesi del Terzo Mondo.
Subito dopo l’ingresso in Medici senza frontiere il medico Urbani riceve il suo primo incarico: il controllo delle malattie endemiche parassitarie come la schistosomiasi in Cambogia. Il medico è costantemente impegnato nei suoi “viaggi sul terreno”, come vengono definiti nel gergo di Medici senza frontiere. Carlo Urbani insegna alle popolazioni locali come curare le infezioni ed evitare di contrarre malattie parassitarie. La minaccia di attacchi da parte dei Khmer rossi costringe Carlo Urbani a muoversi tra i vari villaggi con la scorta, ma tale situazione di pericolo non lo fa desistere dalla sua missione.
Il 6 gennaio 2000 Carlo Urbani riceve da parte dell’OMS la notizia del suo nuovo impiego, questa volta in Vietnam. La durata della missione è di tre anni. In Vietnam il medico ha il ruolo di consulente dell’OMS per il controllo delle malattie parassitarie nel Pacifico occidentale.
Nel 1999 Carlo Urbani diviene presidente della sezione italiana di Medici senza frontiere e come tale si impegna fortemente per il diritto all’accesso ai farmaci per le popolazioni dei paesi in via di sviluppo. Con i soldi del Premio Nobel ritirato nell’aprile dello stesso anno il presidente Urbani crea dunque un fondo per promuovere una campagna internazionale di accesso ai farmaci essenziali per le popolazioni più povere. Nel marzo 2000 Carlo Urbani coordina un corso internazionale, l’Advanced training on tropical medicine, frutto della collaborazione tra Medici senza frontiere, Fondazione “DeCarneri” e l’ospedale di Macerata. Il corso si prefigge lo scopo di definire al meglio le linee guida cui attenersi nell’assistenza sanitaria delle popolazioni del Terzo mondo, in cui le malattie parassitarie costituiscono le prime cause di morte. Dopo due settimane di discussione il corso approda al Macerata Statement, una carta che raccoglie quelle che sono le direttive da seguire nelle missioni umanitarie.
Il 28 febbraio 2003, Johnny Chen, un uomo d’affari americano colpito da una polmonite atipica, viene ricoverato presso l’ospedale di Hanoi. Urbani viene immediatamente contattato dall’ospedale e subito vi si reca. Il medico, a differenza del resto dello staff presente, capisce di trovarsi di fronte a una nuova malattia e che la situazione è critica. Lancia dunque l’allarme al governo e all’Organizzazione mondiale della sanità, riuscendo a convincere le autorità locali ad adottare misure di quarantena. Ma l’11 marzo 2003, durante un volo da Hanoi a Bangkok, Urbani si sente febbricitante e scopre di avere contratto il morbo: all’atterraggio chiede quindi di essere immediatamente ricoverato e messo in quarantena. Fino alla fine si dimostra sempre dedito alla salute altrui: ai medici accorsi dalla Germania e dall’Australia dice di prelevare i tessuti dei suoi polmoni, per analizzarli e utilizzarli per la ricerca. Muore il 29 marzo 2003, dopo 19 giorni di isolamento, lasciando la moglie Giuliana Chiorrini e i tre figli: Tommaso, Luca e Maddalena. Grazie alla prontezza di Urbani, lui e altri quattro operatori sanitari furono gli unici decessi per SARS osservati in tutto il Vietnam, che fu il primo paese del sud est asiatico a dichiarare che la SARS era stata debellata. L’intervento immediato e mirato di Urbani permise di salvare migliaia di vite. Secondo l’OMS il metodo anti-pandemie da lui realizzato nel 2003 rappresenta, ancora oggi, un protocollo internazionale per combattere questo tipo di malattie.

