Coronavirus – La lettera di un EROE in trincea: “NON POSSIAMO PERDERE!”.

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Sono tornato a casa perdendo un mese di stipendio e 40 giorni ferie.
L’ho fatto per lavorare nell’ospedale della città di cui sono innamorato. Sarei voluto tornare con condizioni e tempi migliori, avrei preferito non lasciare i miei colleghi del reparto di gastroenterologia dell’ospedale “Santa Maria delle croci” di Ravenna con un collega in meno in questo momento (perché ora nessun reparto è immune da rischio contagio: operatori santitari compresi).
Ma l’Emilia Romagna è una regione straordinaria e con una graduatoria per infermieri attiva: sono sicuro che il presidente Bonaccini darà una spinta alle assunzioni e presto arriveranno nuovi colleghi. Ne sono sicuro.

Ora lavoro all’ospedale San Donato di Arezzo. Qui la situazione è seria ma sotto controllo per il momento: ci hanno assunto in massa con la speranza che il picco epidemiologico non arrivi mai. Ma più realisticamente per avere giovani infermieri pronti ad adattarsi ai vari reparti: stiamo mettendo tutto il cuore che abbiamo, ci stiamo adattando a cambi turno e cambi reparto improvvisi, cerchiamo di apprendere rapidamente almeno le nozioni base per aiutare il più possibile fino al raggiungimento di un minimo di autonomia.

E’ dura. E’ come una guerra.
Qualche collega dice che questa è la nostra 3° guerra mondiale (contro un nemico sconosciuto che non ha bandiera, cultura o etnia) .
Ha ragione.
La prima notte in rianimazione con pazienti covid-19 positivi non la dimentichi: e non la dimenticherò per tutta la vita….
nella mia permanenza a Ravenna ho dovuto lavorare con pazienti sospetti, ho dovuto dare tamponi con DPI non proprio idonei alla circostanza.
Ma in questo reparto è diverso.
Non hai dubbi: sono positivi.
Ti bardi e ti vesti come un astronauta, non hai un cm di pelle scoperto, la mascherina ti fa respirare a fatica e i lacci di sostegno ti lacerano le orecchie e il viso.
Hai dolore, hai caldo, hai sete, ti scappa la pipì… ma non puoi svestirti almeno per 5/6 ore…
Entro nella sona boleto, mi vesto, faccio 3 passi e sono dentro.
Sono in trincea.
Sono in guerra in rischio continuo, ma con proiettili invisibili che potrebbero colpirmi e contagiarmi.
Mi manca l’aria, ho il cuore in gola e la tachicardia.
Quando realizzo la cosa, ho paura? Si ho paura.
Me lo posso permettere? No, non me lo posso permettere.
E allora mi faccio coraggio ed inizio la mia prima notte in rianimazione: un turno di notte in rianimazione dura 11 ore pagate e riconosciute, 12-12.30 vere ed effettive.
Devo rimanere dentro e vestito per tutto il tempo, nonostante la fatica e i bisogni fisiologici come bere e fare la pipì.
Gli infetti da Coronavirus sono pazienti che necessitano di monitoraggio e terapie continue: possono cambiare rapidamente condizioni cliniche e peggiorare e devo essere pronto a fronteggiare la cosa ed iniziare il braccio di ferro con la morte sperando di vincere la partita e spostare un po’ più in là la nuova sfida che questa ti presenterà sperando che, in quel tempo, la terapia cominci a fare effetto e che il paziente vada gradualmente migliorando.

Dopo sei ore a turno si esce ed è la parte più pericolosa. Devo togliere materiale infetto o potenzialmente infetto senza infettarmi, faccio la procedura come da protocollo (ma il rischio zero non esiste).
Bevi come se l’acqua fosse la cosa più buona del mondo.
Respiro. Finalmente svuoto la vescica.
Ho poco tempo per riprendermi, poi mi rivesto e ancora dentro altre 5 ore lunghe (che sembrano infinite).
L’alba sembra non sorgere mai e i minuti sono ore.
Stremato psicologicamente e fisicamente finalmente arriva il cambio, aspetto che i colleghi che mi danno il cambio si vestono ed entrano. Scambio le consegne su come  è andata la notte. Mi svesto di nuovo (rischio elevato!); ma questa volta è l’ultima (per oggi!).
Torno a casa stanco, svuotato dentro e con la paura di poter contagiare i miei cari.
Chiudo gli occhi sperando di addormentarmi presto perché il telefono potrebbe suonare e dirmi che non è ancora finita, che devo tornare in trincea perchè c’è un emergenza.

Allora penso a chi con la scusa di portare fuori il cane fa giri infiniti, a quello della corsetta a tutti costi: (tanto vado da solo chi vuoi che incontro?), a quello che di corsa si accaparra l’ultimo tagliando per tornare a casa, al sud e non sa quanto male potrebbe fare alla sua gente e all’Italia intera.
Vorrei far vedere a queste persone, solo per un minuto, che aria si respira in terapia intensiva con pazienti covid-19 positivi in condizioni gravi.

Vinceremo solo se lottiamo insieme e allo stesso ritmo, ognuno con le armi e le responsabilità che ha:
Noi in prima linea in ospedale.
Voi/Noi rispettando le restrizioni e restando a casa.
Uniti ce la facciamo.
Ma dobbiamo agire all’unisono, lucidi e mettendo avanti gli interessi di tutti.
È difficile, ma è l’unico modo per vincere una guerra che

                                      NON POSSIAMO PERDERE!

 

                                                                                                               Davide