Coronavirus, sovraffollamento carceri: indultino?

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Il Coronavirus ha riaperto il dibattito sull’indulto. Già Mastella, ex ministro della Giustizia e promotore nel 2006 dell’indulto, facendo appello al ministro Bonafede e a tutte le forze politiche, ha dichiarato che l’emergenza sanitaria nelle carceri italiane si può risolvere mandando ai domiciliari o prevedendo pene alternative per coloro che hanno quasi finito di scontare la pena.

Secondo l’ultima stima i detenuti sono 61.230 a fronte di una capacità di 47.231 posti, quindi oltre 10.000 in più rispetto ai posti disponibili. La radicale Rita Bernardini, insieme all’associazione ‘Nessuno Tocchi Caino’ sollecita il governo per un provvedimento di amnistia e indulto per sfoltire gli istituti di pena. “Bisognerebbe far uscire chi è stato condannato a pochi mesi di reclusione“, dichiara. “Persino in Iran l’hanno fatto. In Italia sono 8 mila i detenuti condannati a due o tre mesi e altrettanti a meno di due anni“.

Il Sindacato della Polizia penitenziaria, attraverso il suo segretario Di Giacomo, spiega che il Tribunale di Sorveglianza può avvalersi della Legge Alfano, della Legge che regolamenta i domiciliari e dell’indultino e lo stesso può intervenire previa richiesta dei detenuti solo per casi di pene residue inferiori ai 2 anni, in alcuni casi eccezionali che superano i 2 anni. Nessun appartenente a clan o a organizzazioni criminali (41 bis) potrà mai beneficiare dell’indultino.