PUNTI DI VISTA. Una tragedia per continuare a riflettere

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Esiste un modo per esprimere un pensiero, un’idea, una possibile visione dei fatti, che esorti alla riflessione attraverso la conoscenza. È quanto accaduto sabato sera, durante la trasmissione  Ulisse condotta da Alberto Angela, raccontando la violenza incomprensibile subita dagli Ebrei dopo l’emanazione delle cosiddette “leggi razziali” nel 1938, in seguito alla pubblicazione del “Manifesto della razza”.

Le iniziative di discriminazione furono coordinate dalla Direzione generale Demografia e Razza, istituita presso il Ministero degli Interni, attraverso la creazione di istituzioni statali specifiche.

Il destino degli ebrei divenne quello di un popolo perseguitato senza una ragione, e che ancora oggi si celebra nel giorno della Shoah italiana.

I fatti storici si conoscono (?), le sofferenze di tanti esseri umani (sei milioni di ebrei trucidati ) si pensa di comprenderle, l’indifferenza del mondo è ancora la “colpa” più grande.

Mentre l’assassinio di milioni di persone si perpetrava, la vita di tanti altri seguiva imperturbabile. È pur vero, che tanti furono gli italiani, anche fascisti, che cercarono rischiando la vita, di aiutare chi era destinato alla morte sicura.

Nel luogo dove furono stipati gli ebrei, rei di esserlo, a Milano sotto la stazione centrale, campeggia la parola “indifferenza” a ricordare quel modo di essere che appare inspiegabile, e contemporaneamente, incita a riflettere.

Il sociologo Bauman, filosofo e sociologo polacco di origini ebraiche, nel 1989 in “Modernità e Olocausto”, espone la relazione esistente tra la persecuzione degli ebrei e le dinamiche della modernità, accantonando la correlazione tra follia e sete omicida all’origine dell’abominio perpetrato.

Come Primo Levi, anche Bauman considera lo sterminio degli ebrei un fatto ripetibile, proprio perché legato alle dinamiche economiche delle società moderne. E per tale motivo, ricostruì i meccanismi amministrativi che avevano aperto lo spiraglio alla violenza, giungendo alla conclusione che in uno Stato moderno in cui le istituzioni pubbliche, le forze armate, l’economia e il partito risultavano sempre più separate e burocratizzate, le azioni si sganciavano dagli effetti.

Un simile processo si reitera in tutte le società moderne e, per questo, merita un’attenzione costante;

è da questa frantumazione delle responsabilità che ha origine una superficialità emotiva e cognitiva, che diventando cronica, impedisce il riconoscimento di qualsiasi nesso tra la causa di un atto e le sue conseguenze.

All’epoca del rastrellamento degli ebrei, molti burocrati non erano antisemiti, eppure non esitarono a compilare gli elenchi nei quali comparivano i nomi delle famiglie ebree che, successivamente, furono costrette nei campi di concentramento.

Il modo di vivere il quotidiano diventa  il mezzo attraverso il quale è possibile condizionare l’agire, il pensiero e le scelte della collettività che paiono in perfetta sintonia con il contesto di riferimento.

Gli ebrei, nell’analisi del filosofo, furono lasciati soli; in una sorta di cecità burocratica e politica della società moderna che vide le nazioni democratiche distratte dalla crisi economica ed alimentare che impediva la realizzazione di qualsiasi forma di accoglienza; il Vaticano impegnato nella continua difesa delle proprie chiese dalla furia Hitleriana; e la Croce Rossa intenta ad occuparsi dei tanti militari internati.

È bene ricordare sempre le parole di Primo Levi: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto. Non intendo né posso dire che avverrà; … Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dei profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono “belle parole” non sostenute da buone ragioni “.