“C’è chi dice no, c’è chi dice no” cantava Vasco Rossi diversi anni fa e molti giovani italiani sembrano ripetere quelle parole al Paese che non riesce ad offrire prospettive professionali a chi un lavoro lo cerca o a chi, pur avendolo ( e sono pochi) è spinto a emigrare in altre realtà dove le possibilità lavorative sono sicuramente più interessanti e redditizie.
Dovrebbe far riflettere la situazione per cui “all’invasione” di immigrati in Italia corrisponda un’altrettanto numerosa forza lavoro, questa volta italiana, che energicamente gioca la carta dell’espatrio per riconoscersi un futuro.
L’Ocse, ossia l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici, rileva il costante incremento di italiani che emigrano all’estero in cerca di lavoro collocando l’Italia all’ottavo posto nella classifica dei luoghi ad elevata emigrazione.
Sollecitati dalla grave crisi del 2008, dalla quale ancora oggi risulta difficile affrancarsi, nel 2015 circa 102.000 italiani si sono trasferiti all’estero e nel 2016 hanno raggiunto le 114.000 unità; mentre i rientri registrati si attestano sui 30.000 individui.
Questi dati risultano sottostimati se si considera che le cancellazioni anagrafiche nella Penisola risultano essere solo un terzo di quelle effettivamente riscontrate nel confronto con i dati dello Statistisches Bundesamt tedesco e del National Insurance Number, (registro previdenziale britannico); ne deriva che le stime Istat nel nostro paese andrebbero aumentate almeno di 2,5 volte rispetto ai dati noti.
I flussi migratori stimati provenienti dall’Italia verso l’estero raggiungono i livelli dell’immediato dopoguerra e quelli di fine Ottocento.
Solo negli anni ’70 e nei tre decenni seguenti, la tendenza migratoria nel nostro paese risulta essersi ridotta, attestandosi al di sotto delle 40.000 unità annue.
I paesi più gettonati perché considerati più allettanti dagli italiani sono la Germania e la Gran Bretagna, seguite dall’Austria, dal Belgio, dalla Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera, rappresentando i tre quarti delle uscite totali; le destinazioni preferite oltreoceano sono l’Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela.
Un ulteriore dato allarmante che si annida nei numeri dell’emigrazione, riguarda la tipologia di chi abbandona il proprio paese d’origine, quasi sempre senza ritornarvi.
Sono i giovani che decidono di emigrare e spesso con un grado di istruzione più elevato: nel 2013 l’Istat ha registrato il 34,6% delle persone di 25 anni in uscita dall’Italia in possesso della licenza media, il 34, 8% il diploma e il 30% la laurea; contro il 51% degli italiani nel 2002 con licenza media, il 37,1% il diploma e l’11,9% la laurea.
Non bisogna dimenticare che per ogni italiano che emigra lo Stato sostiene delle spese che rappresentano l’investimento economico per il futuro (oltre che per la famiglia) e, anche in questo caso, i numeri parlano chiaro e raggelano anche i più ottimisti, se posti in relazione con quanto scritto finora.
L’Istituto di Studi Politici “S.Pio V” sulla base dei dati Ocse indica in 90.000 euro la spesa sostenuta per un diplomato; 158.000 per una laurea triennale e 170.000 laurea magistrale; 228.000 euro per un dottore di ricerca.
Cosa dire? Ben poco perché a disposizione si ha solo la volontà di un Paese che dovrebbe valutare con maggiore attenzione e capacità prospettica quello che le percentuali esprimono, al fine di promuovere concrete e sinergiche azioni d’intervento volte a far cambiare rotta a chi vede il varcare il confine, come l’unica possibile soluzione per preservare la propria dignità.

