Giuseppe Verdi fu deputato al primo parlamento nazionale, e Senatore dal 1874. Per quanto il Maestro abbia vissuto con difficoltà gli aspetti più istituzionali dei suoi incarichi parlamentari, sarebbe riduttivo considerarli come un’estemporanea parentesi nel suo percorso artistico e biografico, che fu caratterizzato da un profondo senso civico e da genuine passioni politiche e sociali.
E’ tutto nero su bianco in una lettera di Giuseppe Verdi, datata 16 giugno 1867. Il musicista, eletto deputato nel primo Parlamento del Regno d’Italia, teneva una fitta corrispondenza con il collega parlamentare e giornalista mantovano Opprandino Arrivabene. In quella lettera Verdi scriveva: “Cosa fanno i nostri uomini di Stato? Coglionerie sopra coglionerie! Ci vuol altro che mettere delle imposte sul sale e sul macinato e rendere ancora più misera la condizione dei poveri. Quando i contadini non potranno più lavorare e i padroni dei fondi non potranno, per troppe imposte, far più lavorare, allora moriremo tutti di fame. Cosa singolare! Quando l’Italia era divisa in tanti piccoli Stati, le finanze di tutti erano fiorenti! Ora che tutti siamo uniti, siamo rovinati. Ma dove sono le ricchezze d’una volta? Addio, addio”. Incredibile. Una testimonianza ancora viva, da girare pari pari ai politici di oggi.
L’arte di Verdi non è estranea ai suoi entusiasmi politici di uomo e di cittadino, ma la relazione non è quella di una subordinazione delle musica a fini esterni. La partecipazione di Verdi alla vita politica è intensa e sincera. Ma riguarda l’uomo.
Verdi, pur cercando di tenersi lontano dalla politica, perché si sentiva inadatto ed era impaziente verso i lunghi discorsi che caratterizzano le assemblee parlamentari, alla fine cedette e fu eletto il 13 febbraio 1861 facendo parte del primo Parlamento italiano. Fu presente il 14 febbraio 1861 a Torino, accompagnato dalla moglie Giuseppina Strepponi, alla solenne seduta inaugurale del nuovo Parlamento e poi, a sera, a Piazza Castello al grande concerto, durante il quale furono eseguite musiche di Rossini, Mercadante, Novaro, Verdi. Partecipò alle più importanti riunioni, come quelle del conferimento a Vittorio Emanuele II del titolo di re d’Italia, del discorso di Cavour sulla questione del Vaticano e del cattolicesimo nella nuova Italia liberale, dell’approvazione dell’ordine del giorno per Roma capitale d’Italia. Pur dimessosi nel 1865, seguì sempre i lavori parlamentari e la vita politica della sua cara Patria unita, libera, parlamentare, per il cui avvento tanto aveva contribuito. Nel 1874 il Re lo nominò senatore del Regno. Nel 1887, all’incredibile età di ottant’anni, diede vita all'”Otello”, confrontandosi ancora una volta con Shakespeare; nel 1893 con l’opera buffa “Falstaff”, altro unico e assoluto capolavoro, diede addio al teatro ritirandosi a Sant’Agata.
Giuseppe Verdi morì il 27 gennaio 1901 a Milano, in un appartamento dove era solito alloggiare durante l’inverno.
Nelle “Lettere 1843-1900” a cura di Baldassarre/Onorelli, si leggono le intenzioni testamentarie di Verdi: “Ordino che i miei funerali siano modestissimi e si facciano allo spuntar del giorno o all’Ave Maria, di sera, senza canti e suoni. Basteranno due preti, due candele e una croce. Si dispenseranno ai poveri di Sant’Agata lire mille il giorno dopo la mia morte. Non voglio alcuna partecipazione alla mia morte con le solite forme.”
Ma tanto era l’amore degli italiani per Verdi, che non fu organizzato solo un “funerale modestissimo” com’era la richiesta del Maestro. Un mese dopo il corpo fu spostato nella cripta della Casa di Riposo per Musicisti fondata dallo stesso Verdi. In quell’occasione grande fu la partecipazione popolare: oltre 300.000 persone si unirono al corteo, guidato in testa da un coro di 820 voci dirette dal Maestro Arturo Toscanini che intonavano il “Va pensiero”. Il corteo era così imponente che impiegò 11 ore per raggiungere il palazzo in Piazza Buonarroti.


