Achille Lauro vestito come la Madonna addolorata, dell’Arco o del Consiglio buono di smetterla da fornire al diretto interessato. Ci perdoni la Madonna dell’accostamento, l’esibizione dell’armatore d’arte è chiaro effetto, stupefacente diremmo, della canzone dell’anno scorso, lo sballo a 12 mesi di distanza. Renato Zero è andato su tutte le furie. Se proprio doveva esserci uno squirting musicale, doveva toccare a lui dare anima, corpo e…Rita Pavone la voce migliore e l’interpretazione più convincente, a dispetto delle rughe e della partita di pallone che non si gioca più solo di domenica. Invece la partita di Masini, è scontata, vittimista, perdente in partenza, impietoso il confronto con l’attuale musica leggera italiana che funziona e che è tutta lontana da Sanremo. Le Vibrazioni vanno direttamente alla pagina non udenti del Televoto. Bel testo di Diodato, complimenti, un pizzico di allegria in più non guasterebbe al posto dell’aria da compunto primo della classe tra tanti ripetenti di loro stessi. Prorompente Anastasio, una botta di vita la sua canzone rap, è il favorito anche per noi, almeno scuote e si mostra in linea coi tempi, Rosso di rabbia, involontario riferimento al Paese che dà ormai poco credito alla sinistra, anzi Panico Panico, ritornello che diventa titolo alternativo. Buon lavoro di Vasco Rossi e Curreri tra musica e parole, consegnato però ad una Irene Grandi non in gran forma. Tiziano Ferro canta il passato e lo fa rimpiangere ampiamente, Mister Volare e Mia Martini da qualche parte magari lo perdoneranno. il tono di Rosso relativo adattato a qualsiasi interpretazione, francamente le due canzoni cult meritavano di più. Fiorello, versione Don Matteo, è il padre-parroco nobile di Amadeus, che fa il bravo figlio, quello che non sgarra per meritarsi la paghetta. Al Bando – non è un refuso – e Rometta – manco questo è un refuso -sono degni di capitolo a parte. La nuova canzone scritta. per loro tornati-non tornati insieme, da Malgioglio, è persino più nostalgica di Nostalgia Canaglia e quelle scale scese con difficoltà testimoniano che a un certo punto la partita col tempo si perde inesorabilmente e bisogna abbandonare il ring prima di finire alle corde e le scale prima di inciampare. A Elodie manca il meglio, qualcosa che giustifichi la eventuale M prima del nome e il look, inoltre, riesce persino a rovinare quel che di buono del testo va oggettivamente salvato. Bugo e Morgan sembrano il teatrino dell’assurdo canoro-cotonto in tandem. Urso e Riki considerati big è davvero un’enormità. Gualazzi come al solito incanta per originalità, anche se tale originalità comincia un tantino a risultare ripetitiva. Diletta Leotta è buona senza la u, ci sta, ci sta. A pennello e bacchetta, come quella di Vessicchio, il maestro più amato dalle orchestre, che suonano bene e a volte accompagnano chi se la canta decisamente male.

