Arrivo in orario a Salerno per assistere alla presentazione alla Feltrinelli di un libro che mi ha colpito per il titolo e per le brevi frasi che ho letto, che mirano a sintetizzare il testo stimolando la curiosità dell’ipotetico lettore, e decido di recarmi personalmente all’evento.
Credo che ascolterò qualcosa di diverso anche se dell’autismo se ne dibatte spesso, perché i casi continuano ad aumentare e non si riesce ad individuarne la causa.
Scoprirò di non aver sbagliato.
La docente universitaria Rita Francese è l’autrice di “Anche la strega cattiva è buona – Dialoghi con Oreste”, Le Flaneurs edizioni e, con questo terzo lavoro come nei precedenti, cerca di introdurre nell’universo autistico.
In libreria arrivo con qualche minuto di ritardo, ho avuto un contrattempo, ma credo di riuscire a sedermi ugualmente; le presentazioni di libri non iniziano mai in orario e ci sono sempre i ritardatari.
Entro. Scendo le scale che mi condurranno nella sala deputata ad accogliere l’evento, e mi ritrovo dinanzi a un muro di persone in piedi: i posti a sedere sono tutti già esauriti e dai discorsi deduco che il dibattito è già decollato.
Decido di ascoltare. Ho voluto fortemente esserci e non mollerò proprio adesso.
Non vedo nulla. Sento solo la voce di una donna che non ho neanche mai visto in foto, mi concentro su quanto sta esponendo ai presenti, comodamente seduti. Fortunati loro! Penso.
Sento una voce sottile e allegra nella quale scorgo un lievissimo tremore, registrabile solo a chi non ha modo di osservare la signora: i suoi capelli, gli occhi, le mani, il corpo.
Penso che tutti quei particolari distraggono, forse per questo motivo i ciechi “vedono” sempre meglio.
La voce materna racconta una storia, quella di suo figlio Oreste, che è la sua, di suo figlio Guglielmo e del marito-padre.
Il libro è particolare nella struttura come nello stile: dialoghi di chi condivide il mondo, quello tra una madre e un figlio che si esprime nel quotidiano.
È in quei dialoghi, a volte surreali, quasi magici, che racchiudono sagge verità, che si ritrova il sorriso e al contempo il dolore sordo di chi sa bene cosa voglia dire confrontarsi di continuo con le difficoltà oggettive di un sistema assistenziale che non sostiene come dovrebbe, e nel quale tutto l’onere è spesso a carico delle famiglie lasciate sole, cui si aggiunge la consapevolezza che quel figlio avrà sempre bisogno di una madre e quando questa non potrà più assolvere il compito, su chi graverà quell’impegno d’amore, che non si vorrebbe mai destinare agli altri figli?
Un ragazzo affetto da sindrome autistica diventa malato mentale al compimento della maggiore età con tutte le conseguenze che ne derivano, e questa è un’altra ineluttabile realtà con la quale le famiglie devono fare i conti e subirne le conseguenze.
Riesco lentamente a trovare uno spazio e finalmente vedo la donna che parla: è molto alta, i capelli sono scompigliati e biondi, sorride, il suo viso mostra i segni non della vecchiaia, ma di chi combatte pazientemente ogni giorno la battaglia per la normalità.
Il vestito della mamma, donna, autrice, è uguale a quello di altre signore che comprendo sono quelle che hanno cantato prima e che appartengono allo gruppo canoro che si è esibito prima, perché Rita ama il canto e la pittura.
Esco dalla sala e penso che nella vita ci vuole davvero tanto coraggio!

