Ho riso a crepapelle leggendo il libro di Chiara Moscardelli “Volevo essere una vedova” Einaudi editore, ultima uscita di un’autrice che, complice una sfrenata ironia, traduce i dilemmi esistenziali delle donne raccontando di sé, e delle tappe della vita femminile con una levità che caratterizza chi sa davvero di cosa sta parlando ed è riuscita a rendere le ferite profonde sperimentate, materia per acquisire la consapevolezza di esistere.
L’autoironia è il cavallo su cui puntare per recuperare una lucidità di giudizio che, a volte, è facile perdere in un’epoca in cui le relazioni con gli altri, e in particolare quelle con l’altro sesso, risultano sempre più complicate.
Le donne in carriera, anche le più irriducibili, quelle che guardano dall’alto, dei loro 12 cm di tacco, in basso le madri più feconde, e quelle, più fighe, che in tailleur nelle riunioni in ufficio, sentono gli sguardi bramosi dei colleghi e non solo, su corpi scolpiti da ore di palestra e di diete al limite della sopportazione e che a ogni patatina fritta servita, s’impongono di indirizzare lo sguardo altrove su alture dove le comuni mortali non potrebbero comunque arrivare, sarebbero pronte a capitolare di fronte al principe azzurro pronto a rapirle sul suo cavallo bianco per condurle nel castello di proprietà, dove diventerebbero madri dedite all’arte della casa per rendere fiabesco il focolare domestico rimpolpato dalla prole numerosa.
Le donne disposte a scendere al compromesso più mortificante, ad accettare l’uomo più narciso, di condividerlo con il ricordo delle ex mogli, ancora non del tutto dimenticate, pur di poter sentirsi parte dell’universo di quelli che si definiscono gli accompagnati. Ma a quale prezzo?
La Moscardelli racconta di quando è arrivata a Milano, degli appuntamenti con l’analista, di insoddisfacenti incontri con uomini sbagliati, della ricerca dello status richiesto ad una donna da una società feroce, che vuole le donne moglie e madri, perché la maternità è l’esperienza più gratificante della vita, e quando non si rientra nella casella degli accasati prolifici, si viene considerati materiale inutile vicino alla data di scadenza. Sì, perché a differenza dell’uomo, che pare essere eternamente pronto a duplicarsi all’infinito, la menopausa incombe minacciosa al suono dell’orologio più silente, ma più incontrovertibile, quello biologico. Come liberarsi da questa gogna collettiva?
La soluzione è esilarante e divertente, basta dichiararsi vedova, uno status che ribalta ogni aspetto negativo in qualcosa di positivo e riabilita un’esistenza.
Il racconto sagace della Moscardelli, nasconde le sfide della donna che cerca di ritrovare sé stessa nella quotidiana certezza di meritarsi la consapevolezza che conduce alla scoperta di sé, lasciandosi alle spalle quel bagaglio di luoghi comuni che soffocano qualsiasi spiraglio di libertà.

