Emblema della femminilità, esempio e modello da seguire ed inseguire.
Chi non ha mai ricevuto una Barbie? Chi non ne ha mai chiesto una come regalo?
Nello scorso mese di giugno l’azienda produttrice Mattel ha inserito sul mercato due nuove Barbie: una è seduta su una sedia a rotelle, l’altra ha una protesi alla gamba.
Stando a quanto annunciato dall’azienda, grazie alle due bambole, che per ora sono commercializzate solo negli Stati Uniti, i bambini ed in particolar modo le bambine, con disabilità potranno finalmente trovare immagini e giocattoli che li rappresentino in toto, che li facciano sentire parte integrante della società.
Primi nella storia della grande distribuzione del mondo toys: a dimostrarlo è stato anche uno studio di “COFACE Families Europe” che nel 2015 ha analizzato 32 cataloghi di nove paesi europei, compresa l’Italia, dei 3125 bambini raffigurati – secondo la coordinatrice della ricerca- nessuno aveva disabilità visibili.
Un rapporto presentato nelle scorse settimane dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza afferma che: “I bambini e gli adolescenti con disabilità e le loro famiglie sono troppo spesso invisibili.
Mancano i dati su come gestiscono il loro tempo libero: quanto giocano? Con chi giocano? Che tipo di giochi fanno?”.
La problematica da fronteggiare interessa non solo la politica, ma anche l’ordine sociale, la sanità e l’educazione.
In Inghilterra, 4 anni fa, tre mamme hanno lanciato un’importante campagna social #toylikeme per denunciare la mancanza di giocattoli che rappresentano la disabilità (propria o dei figli).
Negli USA, invece, con il progetto “A Doll Like Me” una mamma si è presentata come promotrice della realizzazione a mano di bambole con disabilità.
Un cenno di lode nei confronti dell’azienda è la presenza nella confezione della Barbie in carrozzina di una rampa… che possa essere solo l’inizio anche dell’abbattimento delle barriere architettoniche.
Adriana Belotti , psicologa e mediatrice dei conflitti di formazione, in un “epistola virtuale” su Lettera43.it ha discusso dell’argomento:
“C’è stato un periodo, durante le scuole elementari, in cui soffrivo molto del fatto che i miei compagni di classe durante la ricreazione facessero sempre giochi molti movimentati nei quali era difficile per me essere coinvolta.
Fino ad allora non mi era mai capitato di sentirmi esclusa. Ricordo che la maestra riunì tutta la classe per condividere quanto stava succedendo.
È stata un’occasione per riflettere insieme sull’importanza di rispettare i bisogni e i desideri di tutti e di accettare i propri e altrui limiti.
Dopo la discussione le interazioni con i miei pari migliorarono perché imparammo a gestire i momenti dedicati alle attività di movimento e quelli riservati a giochi più tranquilli in un modo condiviso da tutta la classe.”
Il web si è letteralmente spaccato in due: c’è chi da una parte reputa la trovata della Mattel un grandissimo flop ed una trovata pubblicitaria di cattivo gusto, c’è chi invece ritiene essa un ulteriore passo in avanti verso la sensibilizzazione dei più piccoli; tutti sono concordi su di un punto: i veri “burattinai” sono gli adulti, i genitori.
Son loro a dover educare al rispetto e all’integrazione della diversità, di qualsiasi entità essa sia. La rivoluzione sarebbe realmente messa in atto se la compera di tali Barbie non venisse fatta da famiglie di bambini disabili, bensì da famiglie di bambini normodotati, da bambini che contrariamente ad alcuni coetanei possono scorrazzare liberi a piedi nudi su prati di erba color smeraldo.
La disabilità è un limite solo se vissuta come tale…
Antonietta Della Femina

