FESTA DELLA MAMMA. Il racconto: mamma-coraggio che fece arrestare il figlio

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di Rosario Squadrilli – E’ notte mi giro e rigiro nel mio letto, non riesco a dormire e la testa mi scoppia, le parole di mio figlio mi rimbombano come un mattone: mamma non ti preoccupare da dove prendo i soldi, sono affari miei, ora finalmente ho ingranato e le cose andranno sempre per il meglio…
Alfredo figlio mio, cuore di mamma ma cosa combini? Mi ricordo ancora quando piccolino ti accompagnavo a scuola, scuola che hai lasciato troppo presto per seguire quei quattro sfaccendati che chiamavi “tuoi amici”, le parole dei professori che mi dicevano “suo figlio ha grosse potenzialità ma si distrae troppo facilmente”, eppure ti ho sempre seguito ed incoraggiato, ho fatto mille cose per darti quello che non ho avuto io e chissà, se solo il Signore non avesse chiamato a sé la buonanima di tuo padre troppo presto…
Forse ti è mancato come manca tutt’ora a me, eppure sai che le sue ultime parole, i suoi ultimi pensieri lì in quel letto d’ospedale sono stati per te e per me.
Hai fatto tanti lavori una volta lasciata la scuola, ma in nessuno sei rimasto più di qualche mese, tranne forse da “zio Tonino l’aggiusta motorino”, data la tua passione per le moto, hai sempre sognato di prendertene una bella per fare il figo con le ragazze, una costosa e nuova fiammante come quella che l’altra sera hai parcheggiato sotto casa…
Alfredo ma i soldi dove li hai presi? Questa domanda che mi assilla e mi tormenta da diverse ore non accenna a lasciarmi, è da un po’ del resto che ho notato il cambiamento, hai iniziato a far sempre più tardi fino a che le luci dell’alba per te son diventate quelle del tramonto, quando infine ti ritiri a casa e ti chiudi subito nella tua stanza.
Che ora sarà? Ancora solo 5 rintocchi ha suonato la campana dell’orologio del comune in questo inizio di giornata di fine maggio, tra poco meno di un ora ti ritirerai a casa per startene tutto il giorno rinchiuso ed uscire poi stasera sul tardi, non riesco più a parlarti, non mi ascolti più, i pochi momenti che passiamo assieme non facciamo altro che litigare…
Alfredo cosa combini? Ecco sento la chiave nella toppa stai entrando, stamane ti sei ritirato un poco prima, sono combattuta non so se affrontarti ancora oppure lasciarti andare a riposare… ma che succede, ti stai attardando in cucina…forse non hai mangiato, meno male che ho conservato il pasticcio di maiale che ti piace tanto. Ho deciso: ti lascio mangiare in pace, forse più tardi dopo che avrai riposato sarai più tranquillo e parleremo… ecco stai andando nella tua stanza, hai chiuso la porta…
Dato che non dormo a questo punto tanto vale alzarmi ed andare già a mettere a posto in cucina , toglierò i piatti…
Ma non ci son piatti, sul tavolo c’è una siringa ed alcune gocce di sangue che macchiano la bianca tovagli…
Alfredo ma che hai fatto? Ho trovato sotto al tavolo una mazzetta di banconote, non ne ho mai visto tante in vita mia, tutte assieme poi, mi sta crollando un mondo addosso, che fare, mi sento perduta, sola, come aiutarti…
Son passate ore, è ormai pomeriggio inoltrato, mi son rintanata nella mia stanza nel più assoluto silenzio assorta ed angosciata dai più cupi pensieri, ecco stai aprendo la porta di camera tua richiudendola a chiave alle tue spalle, sento i tuoi passi diretti verso la cucina, stai spostando la sedia, starai cercando la mazzetta di soldi che hai perso e che ho lasciato lì, cosa ci farai adesso…
Hai sbattuto l’uscio di casa andando via senza proferir parola, devo sapere, devo capire…
Mai il tragitto dalla mia camera alla tua mi è sembrato così, il corridoio sembra non finire mai, ma allungarsi all’infinito come in un gioco di specchi messi l’uno di fronte all’altro, ho aperto la porta con l’altra chiave che ho trovato, c’è la solita confusione, quella te la sei sempre portata e non c’è stato mai rimedio, ma lì sul comò in bella mostra una valigetta di pelle nera, una come quella dell’altro dottore che ho chiamato quando da piccolo hai preso il morbillo. Come in trance il mio corpo si trasporta barcollante verso di essa, le mani stanno armeggiando con l’apertura, dentro pacchetti bianchi allineati in fila ordinata… Tanti pacchetti, troppi maledetti sporchi pacchetti destinati a tanti altri poveri figli di altrettanti madri angosciate…
Sono in strada, stringo la valigetta al petto, mi accorgo solo ora che sono con le pantofole ai piedi ed indosso il grembiule blu, quello che usavo quando ero a far le pulizie per la ditta di Antonio, procedo a passi spedita, le lacrime mi impediscono di veder chiara la strada, ma le gambe sanno bene dove andare, del resto quel tragitto in 10 anni l’avrò fatto centinaia di volte, quando andavo a pulire il posto fintanto che gli acciacchi vari mi hanno impedito di continuare, sono arrivata ma rimango immobile ed una domanda mi assale, lo stomaco improvvisamente mi si stringe talmente forte da provocarmi un conato di vomito, “posso fare qualcos’altro?”
Entro, saluto tutti e tutti mi salutano, c’è Mario il rosso con i grandi baffi e le lentiggini, Pasquale il moro bruno quasi ebano, Daniele e Stefania, c’è anche uno nuovo che non conosco, sarà arrivato da poco, chiedo se c’è Giorgio e 2 secondi dopo son da lui.
Anche l’ufficio è rimasto come me lo ricordavo, del resto il posto l’ho pulito tante volte, a destra la finestra col vetro blindato coperta da una leggera tenda giusto per preservare l’intimità ed a sinistra l’attaccapanni di legno chiaro dove Giorgio da diversi anni poggia solo il suo cappello nero d’ordinanza.
Comandante mi dovete aiutare ve ne prego, in virtù dell’amicizia e del rispetto che ci lega da tanti anni, questa valigetta è di mio figlio, voi lo conoscete è un bravo ragazzo e son sicura che lo hanno trasportato quei balordi che frequenta, ma il suo contenuto è veleno puro per tanti, troppi giovani, ve ne prego aiutate mio figlio…
Anche oggi i cancelli mi si chiudono alle spalle, il sordo rumore metallico ed il saluto della guardia fungono da corda di innesco per le mie stanche gambe, anche oggi dopo 5 anni che sei dentro non hai voluto vedermi, mi incolpi della tua permanenza in questo carcere, ancora devi capire che è stato per il tuo bene e per quello di tanti altri, non potevo permetterti di avvelenarti e spacciar veleno, domani ritornerò come ogni altro giorno trascorso finora, nella speranza di vederti, nella speranza che tu mi riceva e che capisca i miei motivi, e se domani sarà come oggi ritornerò dopodomani e per i prossimi 15 anni che hai ancora da scontare, pregando ogni giorno il Signore di darmi la forza e mantenermi in salute per permettermi di aiutarti quando uscirai, io sono e rimarrò la tua mamma.