41 anni, era il 9 maggio 1978, di primo pomeriggio, quando fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro, il presidente della Dc rapito dalle Brigate Rosse a metà marzo. Quei mesi hanno cambiato per sempre il destino del nostro Paese, arrestando processi politici, portando modifiche alla legislazione ordinaria, mostrando la permeabilità ad ingerenze esterne, anche estere, della nostra politica nell’accezione peggiore. Moro poteva essere salvato. Anzi Moro doveva essere salvato. A nulla valsero gli appelli disperati di Papa Paolo VI – che sarebbe scomparso qualche mese dopo – le posizioni totalmente diverse dagli altri che presero Pannella e Craxi (il suo vice Signorile fu messaggero di segnali di fumo. attraverso Piperno e Pace, con l’area terrorista), nemmeno la buona volontà del presidente della Repubblica Leone, che dichiarò “la mia penna è sempre pronta”, frase riferita alla possibilità di firmare la grazia ad una terrorista per una sorta di “scambio” per riavere indietro Moro vive. Sono passati 41 anni ma da più parte – ci riferiamo al cartaceo voluminoso prodotto dalla Commissione d’inchiesta – si sostiene che ci sono ancora delle ombre, delle convivenze mai chiarite o dimostrate. Moro vivo era scomodo a tanti: dall’Usa all’Urss, passando per i nostri servizi segreti deviati. Aveva aperto al Pci, sosteneva che questo Paese poteva salvarsi solo con ampie convergenze in anni già difficili. Fino a quando tutta la verità non verrà fuori, ogni 9 maggio saremo chiamati a commemorare qualcosa che fa ancora più male: la morte della fiducia nello Stato, oltre che la morte di Moro.

