La scelta di istituire una festività annuale che celebrasse la condizione del lavoratore risale al XIX secolo, quando le lotte operaie interessavano il nuovo e il vecchio continente, che portarono alla riduzione delle ore lavorative giornaliere. La produzione artistica del XIX secolo in merito a questo argomento è molto fervida e testimonia un cambiamento epocale nella lettura e considerazione del lavoro; per tutto il medioevo, gli artigiani e, per estensione i lavoratori, che erano stati collocati ai gradini più alti della scala sociale poiché visti come detentori di segreti proficui e necessari alla società, vengono un po’ accantonati durante il rinascimento e le epoche successive, a favore dell’esaltazione dell’uomo in quanto tale e non per ciò che era in grado di fare.
Nel 1800 cambia un po’ tutto: gli echi della rivoluzione industriale sembrano sconquassare le coscienze degli artisti che orientano, più o meno consciamente, la propria arte alla denuncia sociale.
Il contrasto palese e stridente tra la quotidianità delle classi povere e quelle borghesi si nota nell’opera di Honoré Daumier, “Il vagone di terza classe” del 1862, che descrive con la forza caricaturale che lo contraddistingue, l’interno di un vagone di un treno, dove i passeggeri viaggiano stipati l’uno sull’altro seduti su scomode panche di legno. La luce fredda e tagliente che entra dai due finestrini conduce lo sguardo del fruitore sul fulcro emotivo dell’opera: una donna anziana, in primo piano, viaggia con lo sguardo perso nel vuoto stringendo saldamente un cestino. Le sue mani fuoriescono da un mantello che le conferisce la sagoma di una montagna sui cui declivi si appoggiano, da un lato, una giovane madre che allatta il figlio e, dall’altra, un bambino addormentato. Daumier pone in contrasto le figure solide e salde e, per alcuni versi, salutari in primo piano, con i ritratti di alcuni borghesi qualunque, persi sotto enormi cappelli, in conversazioni autoreferenziali che conferiscono loro un’aria grottesca.
Il messaggio di Daumier è chiaro: il progresso va avanti e porta ricchezze e vantaggi per tutti, ma la società moderna di cui si infatuavano i suoi contemporanei, non può esistere senza le salde e potenti mani contadine e operaie.
La potenza del lavoro contadino si sprigiona anche dall’opera “I mangiatori di patate” realizzato da Vincent van Gogh nel 1885 durante il suo soggiorno nella piccola città di Nuenen, nella regione del Brabante, i cui abitanti sono soprattutto contadini dalle condizioni di vita pessime, dovute al duro lavoro e ai compensi minimi.
Van Gogh resta colpito da questa situazione e ne denuncia le difficoltà quotidiane, ma lo fa senza paragoni stridenti. In quest’opera descrive il momento intimo della cena di una famiglia di contadini che, raccolti a tavola, attingono da un unico piatto pieno di patate. Nonostante i toni freddi e cupi della tavolozza, il dipinto non appare angosciante, perché i volti sembrano distesi e tranquilli; la durezza del lavoro si evince solo dalle mani dei commensali che sono rappresentate con un violento chiaroscuro a sottolinearne l’incipiente deformità.
I mangiatori di patate di van Gogh sono poveri in canna, ma lavorano con tutta l’energia che hanno in corpo e la loro povertà non sembra tangerli negli affetti più cari.
La denuncia è negli occhi del fruitore che, automaticamente s’indegna quando conosce questa realtà.
Il nuovo secolo si apre con l’opera di Giuseppe Pellizza da Volpedo, “Il Quarto Stato” del 1902, opera più immediata, forte e realistica, dal significato molto chiaro: rappresenta un corteo di lavoratori in cammino per rivendicare i propri diritti quali un orario di lavoro normale e salari adeguati.
Pellizza da Volpedo lavorò per circa dieci anni alla realizzazione di questo dipinto; le tecniche impiegate oscillano dal verismo al divisionismo e conferiscono un pathos straordinario alla composizione: in primo piano avanzano un po’ distaccate dal gruppo, tre figure; il giovane al centro cammina senza indugi e guarda il fruitore negli occhi, l’uomo più anziano sulla destra cammina, ma accusa la fatica, mentre sulla sinistra, in piena luce una giovane donna scalza con un bimbo nudo in braccio, sembra volerli dissuadere.
Sullo sfondo il corteo è formato da uomini, donne e bambini, e impone una riflessione: i diritti sono di tutti , non solo hic et nunc, ma anche per le generazioni future.
MARIA, RITA VAIANO

