“Chiacchiere e tabacchere e legno, ‘o banco ‘e napule nun se ‘mpegna“. Da oggi anche questa frase dialettale va in soffitta, assieme al Banco di Napoli, incorporato definitivamente nel gruppo Intesa San Paolo. Andrebbe bene un’altra di frase, ovvero Gesù, è caduto ‘o banco e’ Napule, in riferimento a Hasse Jeppson, pagato a caro prezzo dal Napoli di Achille Lauro. Da oggi il Banco di Napoli sarà definitivamente incorporato in Intesa Sanpaolo. Scompare l’istituto tra i più antichi d’Italia, fondato nel 1539, le cui origini risalgono ai banchi pubblici gestiti dalle opere religiose. Sfumano così 500 anni di storia, con una fusione per incorporazione, avviata 10 anni fa. La svolta vera avvenne però nel 1994, quando si decise, vista la difficile crisi finanziaria e i prestiti in sofferenza, il passaggio a Sanpaolo Imi. Quattro anni dopo, l’intervento dello Stato con la nascita della Sga, 12.378 miliardi di vecchie lire e la privatizzazione tramite asta pubblica. Il Banco passa alla cordata Ina-Bnl per soli 61 milioni di vecchie lire, nasce Sanpaolo Banco di Napoli, al quale dal luglio 2003 verrà conferita l’intera attività del Banco. Nel 2017 Intesa e sindacati siglano un accordo per 9 mila uscite entro il 2020 e 1500 ingressi. Quel processo di transizione si è concluso oggi. Per i correntisti quello che cambierà concretamente da oggi è solo l’Iban. I nuovi dati dovranno essere comunicati alle aziende per gli accrediti degli stipendi entro un anno da oggi, oppure il correntista potrà rivolgersi alle filiali fino al 26 maggio 2019. Anche i bonifici in entrata sui conti, indirizzati al vecchio Iban continueranno a essere reindirizzati dalla banca verso il nuovo conto, per 12 mesi a decorrere da 26 novembre. Scompare un vanto del sud, spesso sfruttato dal nord con la complicità della politica meridionale, che nell’era della Prima Repubblica tolse sangue e soldi come poteva e quando voleva al Banco che ora non c’è più.