Videogames e Internet: “droga” o controllo delle masse?

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Il Codice Civile definisce la dipendenza come una condizione patologica nei confronti di mezzi, sostanze o comportamenti cui il soggetto non può fare a meno.
Tale fenomeno si é sviluppato negli ultimi tempi su videogiochi come “Fortnite” o “PokémonGo” in America e nei paesi membri dell’Unione Europea, come l’Italia. Migliaia di adolescenti passano più di dieci ore al giorno davanti a uno schermo ed ai genitori che, purtroppo, non sanno come comportarsi.
È vero, alcuni di essi come gli sparatutto in prima persona (FPS), permettono di aumentare i riflessi del videogiocatore; ma non è sempre così. Qualche tempo fa si é diffuso il caso di una bambina di 9 anni finita dallo psicoterapeuta a causa delle eccessive ore di gaming,  coinvolta al punto da svegliarsi di notte e dimenticarsi di andare in bagno. Era persino arrivata a colpire il padre perché quest’ultimo ha tentato di toglierle la Xbox One regalatale lo scorso gennaio e su cui aveva appunto installato il gioco.
Casi come questo, sono stati paragonati alla dipendenza da eroina perché dopo un certo numero di ore passate davanti allo schermo, l’organismo del soggetto produce automaticamente dopamina e altre sostanze chimiche nel sangue che nei casi più estremi potrebbero addirittura “invertire lo sviluppo cerebrale del proprio figlio”.
Lo stesso Armando Rossetti, psicologo e psicoterapeuta esperto in dipendenze giovanili delle nuove tecnologie, invita a non demonizzare ne il gioco, ne qualsiasi altro rifugio virtuale del ragazzo perchè questo comportamento potrebbe essere una sua risposta a turbolenze esterne come il bullismo o l’emarginazione. Pertanto, “ogni adulto dovrebbe provare a capire in che modo il figlio utilizzi il videogioco, come reagisca agli stimoli e quale sia l’ambiente sociale intorno a lui”.
Purtroppo, un effetto simile a questo si manifesta anche guardando serie tv o anime (cartoni animati giapponesi): vi sono casi di persone che si “incollano” alla propria postazione o si chiudono in stanza per anni, a volte anche al buio, creando una vera e propria situazione di isolamento.
Lo psicoterapeuta Antonio Piotti definisce tale fenomeno “Hikikomori”. Esso é nato in Giappone ma si é diffuso anche in Occidente. L’Italia, con I suoi 70mila hikikomori, é stimato come il paese europeo con più casi: essi vivono la loro quotidianità lavorando tramite Internet (anche se con le relative difficoltà), giocando e addirittura esprimendo I loro bisogni più elementari.
Il periodo più a rischio coincide con la fine della scuola media e l’inizio delle superiori, nonché con l’abbandono scolastico, perché non si sentono in grado di affrontare la nostra società narcisista o, come la definisce il sociologo polacco Zygmunt Bauman, “liquida”.
Concludendo si ritiene adeguato, secondo gli esperti, un lungo percorso fatto di dialoghi e confronti familiari al fine di prevenire o curare tale patologia.

Alfonso Russo