Rita Borsellino s’è spenta per un male incurabile, che non è la mafia, definita curabile anche da lei, che da farmacista si trasformò in testimone vivente di come il cancro del malaffare e della criminalità si può e deve debellare. Se ne va con lei, un bel pezzo di lotta alla mafia, fatta per azioni e candidature politiche (a volte felici come nel caso dell’elezione al Parlamento Europeo, a volte meno), per un esempio di onestà pratica e intellettuale.Tutto in ricordo del fratello Paolo, giudice ammazzato dalla mafia. L’incontro con Don Ciotti e Libera, le sofferte battaglie all’interno di una sinistra siciliana sempre divisa, la costante ricerca non di una verità ma della verità su mandanti ed esecutori della strage che costò la vita a Paolo Borsellino e alla sua scorta nell’estate del 1992, due mesi dopo l’eccidio di Capaci che riguardò Giovanni Falcone. La memoria è vita che si coltiva ogni giorno: diceva Rita. Coltivare, senza di lei, sarà più difficile.

