Vent’anni, una generazione è passata. Non il ricordo, non il lutto, non la tragedia di quel giorno. E nemmeno le colpe: poteva andare diversamente, vi furono ritardi fatali, un allarme scattato in ritardo o almeno non recepito da tutti nel modo giusto. Un peso su determinate coscienze, tremendo, destinato a durare in eterno. Vent’anni dalla frana di Sarno (anche di Siano, di Bracigliano, di Quindici ma soprattutto di Sarno): intorno parecchio di abusivo, case costruite dove non dovevano esserci con la complicità di chi doveva vigilare e impedire. Il dramma cominciò nel tardo pomeriggio, per intensificarsi sera facendo, riversando acqua, fango e morte su Episcopio in particolare. Era un martedì. Sarà sempre un martedì. Per quelli che morirono, rimasero feriti, furono privati di affetti, divennero testimoni in perpetuo, aiutarono altri a vivere e a rinascere. I soccorritori e i volontari accorsi: i veri eroi, assieme a medici e sanitari di Villa Malta che decisero di non lasciare e di restare fino al dramma, assieme a Roberto Robustelli capace di sopravvivere fino alla salvezza, assieme ai 137 che perirono a Sarno e agli altri che perirono negli altri luoghi franati. Vent’anni: più che le cerimonie, servono il ricordo meditato e l’intensa progettualità che diventa fattualità nel mettere a riparo l’uomo e il territorio dalla reazione della natura, provocata da incuria e colpe gravi.

