D’accordo, il poeta di Recanati scrive di lavoro usato a proposito del Sabato del Villaggio. Ma anche la domenica è da villaggio, magari globale (a proposito, seguitici, notizie mai mancheranno). Cosa si fa dalle nostre parti ad estate non finita ma compromessa? Sveglia con comodità, tranne per la comunità dei podisti, che fa e disfà l’alba. Per quelli che credono, ma anche per quelli che fanno finta di credere, appuntamento in chiesa, a battersi la mano sul petto. Il mare di settembre resta il migliore, ma oggi il meteo non promette cose eccezionali e quindi si resta in città, al massimo si va in piscina, oppure un giro al virtuale di tutto che si chiama supermercato. Dopo la messa, ovviamente le paste, da portare a casa per addolcire il pranzo. E il programma prosegue col tutti a tavola, digestione comoda, piatti da lavorare (non per tutti), riposino. Pochi andranno sui campi di calcio, tanti preferiranno seguire l’evolversi delle vicende pallonare con la comodità di un pc o di un schermo televisivo. Verso sera una passeggiata, magari un gelato e via verso il lunedì. Ma ci sono anche altre declinazioni di domenica. Le ucraine che si danno appuntamento al pomeriggio, gli anziani che spesso sono soli come i malati, le sale scommesse aperte per qualsiasi evento da malattia e da puntata, l’impossibilità di “rapporto” per chi oltre alla famiglia ha relazione aggiuntiva. Scegliere una frase che raccoglie tutto e tutti? Eccola, è di Kafka: “Domenica saremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi.”

