Sarahah: fate attenzione, è il nuovo pericolo della rete

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Automaticamente Sarahah è diventata, piegando con naturalezza l’intento iniziale – che stando alle parole dell’inventore era appunto legato al mondo delle relazioni sociali e lavorative fra adulti – il fermo posta senza mittenti che mancava a quei fronti digitali. Idem con Instagram e gli altri social dove l’indirizzo assegnato al proprio account(nome.sarahah.com), e dal quale altro non si può fare che scrivere qualcosa, può essere infilato ovunque, dai post alle sezioni dedicate alle biografie.

Poi c’è un altro lato ancora della storia: quei palloncini con i messaggi anonimi che vivono una seconda vita proprio su Facebook e compagnia, dove diventano elementi di scherno, ironia e perfino riflessione. E forse questa è una delle poche dinamiche diverse di Sarahah rispetto ad app simili viste anni fa, anche se l’impressione è che a fruirne in questo modo siano gli utenti un po’ più maturi mentre per bambini e adolescenti la questione rimanga legata all’effetto lettera anonima.

Potrebbe succedere di tutto, con la riapertura degli uffici e la ripresa delle scuole. Se Sarahah sta decollando con buona parte d’Europa in vacanza, Italia inclusa, chissà cosa potrebbe accadere con la riaccensione degli essenziali labirinti sociali quotidiani. Cyberbullismo incluso, che è evidentemente già diventato il primo fronte di preoccupazione.

Sarahah” è una parola araba che sta per apertura, schiettezza, onestà. Eppure fa riflettere (o sorridere beffardamente, dipende dalla sensibilità) come queste piattaforme, dal successo e dal destino più o meno simile – anche se in questo caso  la rapidità del boom da 14 milioni di utenti pare senza precedenti – rappresentino l’esatto contrario della sincerità. L’onestà sboccia infatti quando su un pensiero, un complimento, un’opinione, un’idea, perfino un insulto o un attacco, si ha ilcoraggio di metterci la faccia. Viceversa è complesso assegnare una qualche qualità di schiettezza quando si recapitano messaggini anonimi, quale che sia il contenuto.

Questa triste applicazione verdognola sembra più che altro l’ennesima riesumazione del mostruoso deficit di responsabilità che sui social ha trovato il suo surreale palcoscenico. Puntando anche sulla nostra immarcescibile tendenza a farci dire il peggio dagli sconosciuti prendendocela magari, in un cortocircuito quasi antropologico, con chi ha il fegato di aprirsi senza schermi, digitali o meno, di mezzo.