“Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.
Furono queste le parole proferite dal giudice Paolo Borsellino pochi giorni prima di morire. Il magistrato grande amico di Giovanni Falcone morì cinquantasette giorni dopo la strage di Capaci. L’attentato, nel quale persero la vita anche gli agenti della sua scorta, avvenne in via D’Amelio, a Palermo. Era il 19 luglio 1992.
Borsellino, dopo la morte di Falcone, iniziò spesso a dire “Ora tocca a me”.
25 anni dopo, la memoria dei due giudici simbolo di lotta alla mafia resta alta, anche a causa di una serie di atti vandalici perpetrati in Sicilia contro alcuni monumenti e gigantografie che li ritraevano. Il primo è avvenuto alla scuola dello Zen di Palermo: la statua di Falcone è stata decapitata e la testa usata come ariete contro il muro dell’istituto scolastico. Il secondo, invece, alla Alcide De Gasperi, dove una foto dei due giudici insieme è stata data alle fiamme. Atti che hanno lasciato l’Italia nello sconcerto e che, a 25 anni dalla morte dei due grandi uomini di giustizia, fanno ancora più male.

