E’ stato condannato a cinque a anni e due mesi di carcere per aver torturato, sequestrato e picchiato la moglie. L’uomo, un 33enne marocchino – C.K. – residente a Pagani, fu arrestato dai carabinieri nel maggio 2016, a seguito della denuncia sporta dalla vittima, in quell’occasione riuscita a scappare di casa dopo l’ennesima violenza.
Per lui,l le accuse di lesioni gravissime, sequestro di persona e maltrattamenti. La donna era stata segregata in casa, dove sarebbe stata torturata più volte. La porta della stanza dove restava bloccata veniva chiusa con una catena, così come le finestre.
Alla base dei violenti comportamenti, la gelosia dell’uomo ed un presunto tradimento di cui la donna sarebbe stata incolpata.
In una circostanza, la donna si vide cospargere con del liquido bollente le parti intime.
Nell’ordinanza di misura cautelare, il Gip spiegò bene il significato di quel gesto. «Le zone erogene colpite simboleggiano la femminilità che l’indagato voleva aggredire per punire l’infedeltà, vera e presunta, della donna nei suoi confronti».
L’indagine passò dal tribunale di Nola a quello di Nocera Inferiore per competenza. Ai carabinieri, il dettagliato racconto della donna. “L’ultima volta che sono uscita con lui era aprile per fare la spesa. Nel periodo in cui mi ha chiusa in casa l’ho raccontato a mia mamma e lei mi ha detto di scappare altrimenti lui mi avrebbe ucciso. Alle sette e mezza di sera (il giorno della tortura, ndr) mi ha chiesto di spogliarmi nuda e di confessare se avevo relazioni, io ho negato. Mi ha insultato, ha iniziato a picchiarmi dicendo che ero una prostituta, mi ha preso a schiaffi, pugni, calci, morsi su piede e spalla, fino a colpirmi in viso con una testata e mi ha rasato i capelli. Poi mi ha colpito con un calcio sotto la gola forse mentre ero seduta”.
Secondo quanto credeva l’uomo, la donna avrebbe intrattenuto rapporti con altri uomini, in casa, mentre lui si recava a lavoro a Pagani. “Mi ha legato stretto polsi e caviglie con una fascetta bianca, ha minacciato di uccidermi, ha preso un cucchiaio di plastica vicino ai fuochi della cucina e ha iniziato a sciogliermi la plastica sull’inguine dicendomi che con quelle parti io l’avevo tradito e per questo andavano bruciate, mi ha colato la plastica sul ventre, mi ha fatto girare a terra e ha sciolto una bottiglia di plastica dopo averla svuotata, facendomela colare dietro, tra le natiche, continuando a minacciarmi di morte. Quando mi bruciava io urlavo, piangevo, chiedevo pietà. Poi si è addormentato, e io sono scappata, con i telefoni e i documenti e il Corano”.
La fuga terminò al pronto soccorso di Nocera Inferiore, con una donna che raccolse la vittima trasportandola a San Giuseppe Vesuviano, dove risiedeva una parente della soccorritrice casuale. Poi partì la chiamata al 118, con l’inchiesta, il processo e ora la condanna.

