E’ morto Mammì: il ricordo della sua Legge è sempre vivo

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Quando si lega il nome ad una legge discussa, il resto dell’attività politica non servirà mai abbastanza a chiudere i conti col passato. Era successo alla Merlin per le case chiuse, accadde di nuovo per Oscar Mammì a causa del bordello radio-televisivo. 1990, Tangentopoli non era ancora arrivata e la Prima Repubblica era sull’orlo del precipizio e pronta a fare un passo avanti. Oscar, da ministro Pri delle Poste,  si trovò a rendere legge la  certificazione del duopolio Rai-Fininvest, al centro di uno scontro politico feroce che provocò le dimissioni dal governo dei ministri della sinistra democristiana Sergio Mattarella, Mino Martinazzoli, Carlo Fracanzani, Riccardo Misasi e Calogero Mannino. Ma Oscar era e rimase un galantuomo. Nel 1993, si dimise dal Parlamento. Si era nel clima terribile di Tangentopoli, quando ci si dimetteva dal governo per un avviso di garanzia. Anche quando c’era il solo sospetto che potesse arrivare. E questo sospetto aleggiava su Mammì dopo l’arresto di Davide Giacalone, suo principale collaboratore nella stesura della legge sulle tv.  “Io ho vissuto una grande stagione, quella dei partiti: oggi è la stagione dei personaggi”. Poi il silenzio e una lunga malattia. E un libro sullo scopone, quel gioco di carte che amava insieme a Pertini. “Dovrebbe essere insegnato nelle scuole di buona politica come materia obbligatoria – disse – sventuratamente queste scuole non sono mai state aperte”.