In sei sono stati scarcerati nell’ambito del processo “Taurania Revenge”. E’ stata infatti revocata la misura in carcere, in attesa della sentenza, nei confronti di Carmine Barone, Salvatore Pepe e Andrea De Vivo (quest’ultimo, assolto mesi fa dall’accusa del duplice omicidio Aziz-Cascetta). Liberi anche Francesco Fezza (figlio del boss Tommaso), Vincenzo Confessore e il presunto “boss” Antonio Petrosino D’Auria (questi ultimi tre restano tuttavia in carcere, oltre che al 41 bis, per altre cause, come il processo parallelo “Criniera”).
Diverse le motivazioni poste dal collegio a fondamento della decisione: per Confessore, Fezza e De Vivo, il Riesame aveva già limitato l’esigenza di una misura restrittiva per l’accusa di associazione finalizzata ai fini di spaccio, unico reato “sopravvissuto” dopo il 2009.
Hanno inciso sulla decisione, inoltre, il lungo periodo detentivo scontato dai cinque (è il caso, ad esempio, di Antonio Petrosino D’Auria), oltre che la buona condotta accertata (per Barone, Pepe e De Vivo).
E’ attesa entro il prossimo mese la sentenza per il maxi processo “Taurania Revenge”, nell’ambito del quale i sei sono imputati. Il pubblico ministero Vincenzo Montemurro ha chiesto nel complesso 222 anni di carcere.
Le richieste di pena più alte – l’indagine verteva sulla gestione dello spaccio di droga da parte del clan – sono proprio quelle per i sei scarcerati, tra i quali Antonio Petrosino D’Auria, ritenuto capo del clan omonimo.

