Il ruolo dei “femminielli” e delle donne nella liberazione di Napoli dai nazifascisti . Il tutto è stato spiegato da Simona Marino consigliera comunale delegata alle pari opportunità in una lettera inviata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Si è ricordata, in particolare, la figura di Maddalena Cerasuolo ed elencato una lista ricavata dall’Archivio di Stato Centrale, ancora assolutamente inedita a tanti, di oltre cinquanta nomi di madri della patria che, con il loro apporto e la loro vita, hanno attivamente partecipato a quei giorni di Resistenza, contribuendo a scrivere una pagina fondamentale della storia della nostra Repubblica.
“Dopo le Quattro giornate di Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione acquistò un senso e un valore e fu la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana. Il bollettino delle Quattro giornate fu di oltre 2.000 combattenti, 168 furono i patrioti caduti in combattimento, 162 i feriti, 140 le vittime tra i civili, 19 i morti non identificati, 162 i feriti, 75 gli invalidi permanenti.
Spesso si è parlato della rivolta degli scugnizzi, ma c’è anche da tener presente che, essendo in guerra, la maggior parte della popolazione rimasta in città era composta da donne e bambini, vecchi e “femminielli” (all’epoca non si parlava ancora di transessuali), che non erano stati arruolati, di questi ultimi mai nessuno ha fatto cenno.
Questi sono stati i maggiori protagonisti delle barricate e della strenua ricerca di viveri e sostentamento in una città ormai ridotta alla fame senza neppure acqua dopo gli atroci saccheggi nazisti. Sulle barricate s’incontrarono i popolani generosi, le umili donne che offrivano cestini di bombe, come Lenuccia (Maddalena Cerasuolo) e gli esponenti della piccola borghesia meridionale, preti e intellettuali in pensione. Si è sempre parlato dei fatti che hanno scatenato l’insurrezione, i luoghi dei focolai, l’assoluta spontaneità dei gesti degli abitanti di un’intera città insorta, ma non ci si è mai soffermati a sufficienza su chi erano i protagonisti della rivolta. Sono state le donne, in primis, a ribellarsi per difendere i propri uomini e i figli, i bambini che sono scesi in piazza a combattere, con qualunque mezzo, i nemici.
Nella notte tra il 27 e il 28 settembre 1943 la popolazione si alternò in un incessante via vai fra le caserme e le abitazioni, le donne in cerca di viveri e d’indumenti, gli uomini in cerca d’armi e munizioni. Seguirono quattro giornate e tre nottate. Quando i carri armati tedeschi, riusciti a passare lo sbarramento di via Foria, scesero in Piazza Dante avviandosi per via Roma,furono fermati da uno sparuto gruppo di donne e uomini totalmente disorganizzati.
Tante le donne, di cui troppo poco si conosce, perché fanno parte della storia non scritta, quella tramandata oralmente dai sopravvissuti. Ma pochi sanno che tanti furono anche i “femminielli” combattenti per la libertà, impegnati soprattutto nelle barricate di San Giovaniello, quartiere popolare dove vivevano in alta concentrazione, come più volte ha ribadito, in convegni pubblici e in un documento filmato, l’attuale presidente dell’ANPI Antonio Amoretti, che nel ’43 aveva 16 anni.”
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