Diceva Sciascia in Parlamento: Voglio avere la libertà di poter vedere 100 canali, poi magari sceglierò di non guardarne nemmeno uno. Un giorno, a sorpresa, arrivò Telebiella. La reazione della Rai e del mondo politico non si fece attendere. Il governo emanò il DPR del 29 marzo 1973. il “Testo unico in materia di comunicazioni”, che unificava tutti i mezzi di comunicazione a distanza in una sola categoria, rendendo così illegali i canali privati. Poi, con decreto 9 maggio, il ministro delle Poste, Giovanni Gioia, dispose la disattivazione dell’impianto di Sacchi, diffidandolo a procedere entro dieci giorni («decreto Gioia»). La questione divenne di rilevanza politica nazionale perché il segretario del Partito Repubblicano, Ugo La Malfa, protestò per essere stato tenuto all’oscuro del Dpr governativo e chiese le dimissioni del ministro Gioia. Non le ottenne e ritirò l’appoggio esterno al governo presieduto da Giulio Andreotti, che fu costretto a dimettersi nel successivo mese di giugno. Nel frattempo, il ministero delle Poste aveva atteso inutilmente il termine del 1º giugno; i titolari non ottemperarono l’ordine, quindi fu eseguito il decreto: il cavo che collegava l’emittente alla rete cittadina venne reciso. Telebiella avviò quindi una coraggiosa battaglia legale: Sacchi si fece denunciare per violazione delle norme in materia postale (perché contravvenivano al monopolio assegnato alla RAI). La sua vicenda andò sui giornali nazionali: tutti gli organi d’informazione parlarono di “Telebiella denunciata”. La Corte Costituzionale accolse buona parte delle motivazioni di Sacchi. Con la sentenza n. 225 del 1974 dichiarò sulla televisione via cavo l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, 183 e 195 del “Testo unico”, che riservavano allo Stato il monopolio televisivo.

