Davanti al luogo dell’eccidio, dove 40 anni fa è stato assassinato dalla mafia l’allora presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella, si è tenuta la cerimonia commemorativa. Cinque corone di fiori, tra cui per la prima volta quella del governo, sono state posizionate ai lati della targa, in via Libertà a Palermo. Presenti i familiari, tra cui figli e nipoti di Mattarella. Per il governo presente il ministro del Mezzogiorno, Giuseppe Provenzano. Presenti anche le massime cariche istituzionali siciliane: il governatore Nello Musumeci, il presidente dell’Assemblea siciliana Gianfranco Miccichè, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Numerose anche le autorità civili e militari. Subito dopo il sindaco Leoluca Orlando ha intitolato a Piersanti Mattarella il Giardino Inglese, che da oggi è diventato “Parco Piersanti Mattarella – Giardino all’inglese”. L’attuale presidente della Repubblica fu tra i primi ad accorrere sulla scena del delitto, raccogliendo gli ultimi sospiri d vita del fratello e da quel momento, lui che voleva solo un carriera da professore universitario, ereditò l’impegno del fratello. La ricostruzione del procuratore Caselli “Quarant’anni fa, la mattina del dicembre 1980, Cosa nostra uccideva a Palermo Piersanti Mattarella, esponente di rilievo della Democrazia cristiana, convinto sostenitore di una fase politica di apertura a sinistra. Come presidente della Regione Sicilia aveva avviato una coraggiosa campagna moralizzatrice all’interno del suo partito. Con l’obiettivo di allontanare i personaggi più compromessi con la mafia e di ripristinare la legalità nella gestione della pubblica amministrazione, specie in materia di appalti”. Così Gian Carlo Caselli, ex capo della Procura di Palermo, in un intervento sul Corriere della Sera. “L’omicidio Mattarella si caratterizza perché assume i contorni di uno psico-dramma di cui la classe dirigente nazionale – prosegue Caselli – appare come la vera protagonista e destinataria, rivestendo tutte le parti del dramma. Quella (facente appunto capo a Mattarella) di chi vorrebbe inaugurare una nuova stagione di auto-riforma della politica, rescindendo ogni rapporto con la mafia ed i suoi alleati. Quella opposta, formata dai peggiori esponenti della corrente andreottiana della Dc regionale, fra i quali i cugini Salvo e l’on. Lima (che assieme a Giulio Andreotti – come accertato nel processo di Palermo a suo carico – addirittura parteciparono a summit con i vertici di Cosa nostra per discutere il ‘caso’ Mattarella). Quella pavida o anche solo rassegnata alla sua impotenza, che fu lo stesso Mattarella a dover constatare, quando – pochi mesi prima di essere ucciso – si recò a Roma per denunziare il suo progressivo grave isolamento, ricavandone la sensazione di essere ormai consegnato al suo destino di morte (di ciò ha testimoniato nel 1981, nel processo per l’omicidio Mattarella, la sua capo di gabinetto)”.


