Il dolore di massa e quello del giovane Holden

Il vero sfascio del nostro Paese non è politico e nemmeno istituzionale. Guardiamo il dito e non la luna, anche a proposto di migranti, tanto per essere chiari. Il vero sfascio del nostro Paese è generazionale, umano e morale. Negli ultimi tre giorni, dalle nostre parti, si sono sprecati atti individuali terribili, suicidi in aumento, bambini usati come giocattoli o merce di scambio nella migliore delle ipotesi come foto da mettere su Fb, una caterva di incidenti del sabato sera derivanti da droga o troppo bere. Pur apprezzando sociologia, psicologia e persino psichiatria vorremmo risposte sotto forme di rimedi possibili, non più analisi di situazioni e numeri. Come mai c’è gente che desidera togliersi la vita, come mai tanta gente dà poco valore alla propria e a quella di figli e compagni.

Il 16 luglio del 1951 venne pubblicato il romanzo Il giovane Holden, scritto da Salinger.  In inglese il titolo originale era The Catcher in the Rye. Il titolo nasce dalla storpiatura del secondo verso della strofa che il protagonista opera involontariamente in uno dei passaggi più importanti del romanzo quando, interrogato dalla sorella Phoebe su cosa voglia veramente fare da grande, risponde, ispirandosi alla scena evocata dalla poesia di Burns, “colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale”. In inglese, l’espressione suona bizzarra per l’immagine che evoca ma è formata da termini comuni: catcher indica anche il ruolo del ricevitore nelle squadre di baseball, mentre rye è popolare quanto il rye whiskey, un distillato che, secondo le leggi degli USA, deve essere prodotto impiegando almeno il 51% di segale. Holden – come da vita e da romanzo di formazione- attraversa una serie di problemi notevoli – ma riesce a dire a un certo punto  Mi sentivo così maledettamente felice, tutt’a un tratto, per come la vecchia Phoebe continuava a girare intorno intorno. Mi sentivo così maledettamente felice che per poco non mi misi a urlare, se proprio volete saperlo.

Ecco, ricominciamo tutti a rincorrere la felicità, facciamo dei nostri problemi un lungo romanzo di formazione – l’adolescenza delle nostre anime è decisamente più lunga di quella biologica – e con un finale più o meno lieto. Uccidere o uccidersi è sprecare un dono, una fase, una nascita, un percorso.