12 aprile 1970, 50 anni fa l’incredibile scudetto del Cagliari

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Quella sera c’erano anche Walter Chiari e Alida Chelli. «Festeggiammo con loro, protagonisti dello spettacolo di allora, a casa di Andrea Arrica. Arrivò pure Sandro Ciotti. Un centinaio di persone in tutto. Arrivammo dopo cena. Stappammo alcune bottiglie di champagne». Adriano Reginato, il secondo portiere, vice del grande Ricky Albertosi, racconta come finì la notte più bella dello sport sardo, quella del 12 aprile 1970, quando il Cagliari dei miracoli sconfisse pregiudizi e cattiverie.Erano 16 calciatori diventati eroi,
simboli di un’impresa straordinaria che suonò come la rinascita di un popolo, una regione,
un’isola bistrattata da tanti. Oggi, 50 anni dopo, è ancora la loro festa, un’emozione indescrivibile, un party negato per il dramma che affligge il Paese. La faranno la festa. In autunno. Perché sono rimasti amici. Quattro sono morti,i terzini Martiradonna, Mancin e Zignoli, la mezzala brasiliana Nenè, al quale nessun rossoblù ha smesso di regalare amore. Poli recupera da un brutto incidente.Otto di loro sono rimasti a vivere in città, in quella Cagliari che amano. E pensare che nessuno di loro è nato in Sardegna. Il collante di tutti e di tutto è Beppe Tomasini, il libero, Tomas, per tutti. Che si infortunò sul più bello lasciando il posto a Cera che impostava come fa oggi Bonucci. Tomas ha sposato Cagliari e de i migliori anni  della loro vita ricorda praticamente tutto.«Una squadra di uomini,
piena di valori.E guidata da Scopigno che non era come tutti ensano, solo uno che lasciava
tanta libertà. Quando si doveva far sentire in spogliatoio lo faceva e tutti stavano zitti, Riva
compreso». Pierluigi Cera, oggi a Cesena, era il leader, il capitano. «Quella fascia me la diede Scopigno, senza particolari spiegazioni. Avevo carisma. Non andavo mai fuori posto. Lo feci a Verona  a 21 anni, dove c’era gente di 31». Prese il posto di Tomasini, arretrando. «Mi chiese di poter impostare, di far partire l’azione. Poi lo hanno fatto Scirea e Tricella». Il ritrovo dei rossoblù era il Corallo, da Antonio Sulis. «Ci concedevamo qualche sfizio, di mare. L’unico che non sgarrava era Ricciotti Greatti. Riso e bistecca.
Sempre», racconta Corrado Nastasio, che giocò solo due volte in quella squadra di fenomeni. «Venivo dall’Atalanta dove feci 5 gol, ma avevo davanti Domenghini, ala destra fenomenale». Mingo o Domingo li saltava tutti.Oggi vive, preoccupato, vicino a Bergamo: «Se avessimo continuato a giocare all’Amsicora avremmo vinto ancora, il Sant’Elia era troppo grande con quella pista». Lo ribadisce anche Albertosi: «Vero». Lui che considera il rigore parato ad Haller (e poi ripetuto) della Juve. «La più bella parata fatta col Cagliari». Domingo apre il libro dei ricordi: «Dovevano darci un villino come premio. Mai visto. Ma comunque è stato bello. Comprai una casa  a Porto Cervo che ho ancora. Sembrava un rischio, è stato un affare».